Roma non è stata costruita in un giorno ammonisce un vecchio adagio, che ha raccolto consensi soprattutto in ambiente anglosassone: che si tratti dei in cui si è eretta l'Urbe antica o dei trent'anni impiegati per sventrare l'Agro Romano (Acilia è ancora citata come campagna in un vecchio film di Verdone), l'opera, millenaria nel suo complesso, non ha altri autori che l'umanità nel suo complesso. In questo lunghissimo arco di tempo, tuttavia, è bastato il soffio di una generazione per erigere "la Roma che ricordiamo e quella che sogniamo", che non è né la città dei Cesari, né la sbiadita Roma Capitale:
"Se qualcuno ha inventato la Roma che ci affascina, questi sono Bernini e Borromini. E' stata la loro passione, il loro modo di vedere a consegnarci la Roma esuberante di chiese di travertino e le ampie piazze di granito. La Roma delle cupole imponenti che si protendono verso Dio e gli ampi palazzi che saltano la forza dell'uomo".
Questa è la tesi di Jake Morrissey, che nel suo "The Genius in the Design" (liberamente tradotto con Geni rivali) dimostra come, con la sola forza del pensiero, ci si possa liberare della più importante e rappresentativa concentrazione di testimonianze d'epoca classica e sorprendere il lettore con una Roma controriformista arzigogolata e vispa. La città, mai vera protagonista della narrazione, si fa luogo, spaziale, intellettuale e morale: è lo scenario grandioso e drammatico della riconquista cattolica della cristianità, della tirannide papale, e, soprattutto, dell'aspra rivalità tra due geni del barocco italiano: l'uno, napoletano, capace di dialogare con l'élite, l'altro, nato oltre quel "confine «frastagliato e illogico» che divide l'Italia dalla Svizzera" (secondo una definizione di Joseph Connors), riottoso e ribelle, inadatto alla vita di corte).
Nel delineare i due protagonisti Morrissey non può prescindere dall'analisi delle loro opere: per il Bernini ci lascia, tra le altre, una vivida e appassionata descrizione del gruppo scultoreo di Apollo e Dafne
Lo sforzo interpretativo di Morrissey è suggestivo ed encomiabile, peccato che quella "tragica ineguaglianza del desiderio", quell'"eterna lotta tra la conquista e la perdita, il possesso e l'indipendenza, la lussuria e la castità", quella "caccia" che ringiovanisce lo scultore, altro non sia che uno stupro (o un suo tentativo, dal quale la bella Dafne riesce a sottrarsi soltanto a prezzo di perdere sé stessa). Nell'estrema ignoranza l'Apollo e Dafne si deformerebbe nel classico "se l'è cercata, ad andare in giro tutta nuda"; nell'erudizione si sublima in un grazioso balletto, "psicologicamente delicato", in cui Bernini ha trasposto "la ricchezza dell'esperienza umana". E' pacifico che Apollo e Dafne non siano mai esistiti, e che il "delicato" tentativo di violenza non sia mai avvenuto, ma è pur sempre il parto (il mito, la statua e la sua analisi) di una cultura che, sebbene relegato nelle forme dell'arte, concepisce il lato estetico della sopraffazione. Non è questo in alcun modo un invito all'iconoclastia, né ci accingiamo ad apprezzare meno il lavoro del Bernini: chiediamo, però, se una cultura che concepisce l'idillio della violenza sia il mezzo da invocare per l'elevazione umana e per l'affermazione dell'equità sociale. Forse l'educazione a base greco-latina e giudaica è materia totalmente estranea alla questione del progresso morale: la sua maggiore o minore diffusione non influenza l'elevazione della giustizia e del progresso morale. Non nelle nostre scuole consumate da valori millenari ritroveremo quell'umanità di cui abbiamo bisogno, ma, piuttosto, rivolgendoci a quelle culture che winckelmanniamente reputiamo inferiori ma che hanno il pregio di non aver elevato ad idillio lo stupro.
fonte: Jake Morrissey, Geni rivali. Bernini, Borromini e la creazione di Roma barocca, Laterza, Roma-Bari 2007
Nel delineare i due protagonisti Morrissey non può prescindere dall'analisi delle loro opere: per il Bernini ci lascia, tra le altre, una vivida e appassionata descrizione del gruppo scultoreo di Apollo e Dafne
"La storia illustra la tragica ineguaglianza del desiderio... Il desiderio che Apollo prova per Dafne diventa struggente, pari all'avversione che la ninfa prova per lui. Mentre la insegue senza sosta nei boschi, indossando soltanto un volteggiante mantello, la bella ninfa, completamente nuda, lotta per sfuggire alla sua presa. Disperata e quasi esausta, quando sente che Apollo sta per raggiungerla... Dafne supplica suo padre, il dio fiume Peneo, di salvarla. «Cambia e distruggi questo corpo che è stato troppo attraente», implora. La sua preghiera viene ascoltata ed esaudita. Proprio quando Apollo raggiunge la disperata Dafne... la ninfa si trasforma in una pianta di alloro... Nel ritrarre il momento decisivo della storia - l'eterna lotta tra la conquista e la perdita, il possesso e l'indipendenza, la lussuria e la castità - Bernini coglie la ricchezza dell'esperienza umana. Egli dimostra di sentirsi giovane, di esultare nella caccia, e di soffrire per il desiderio struggente dell'altro. Fisicamente potente e psicologicamente delicato a un tempo, Apollo e Dafne è anche una meraviglia dal punto di vista tecnico".
Lo sforzo interpretativo di Morrissey è suggestivo ed encomiabile, peccato che quella "tragica ineguaglianza del desiderio", quell'"eterna lotta tra la conquista e la perdita, il possesso e l'indipendenza, la lussuria e la castità", quella "caccia" che ringiovanisce lo scultore, altro non sia che uno stupro (o un suo tentativo, dal quale la bella Dafne riesce a sottrarsi soltanto a prezzo di perdere sé stessa). Nell'estrema ignoranza l'Apollo e Dafne si deformerebbe nel classico "se l'è cercata, ad andare in giro tutta nuda"; nell'erudizione si sublima in un grazioso balletto, "psicologicamente delicato", in cui Bernini ha trasposto "la ricchezza dell'esperienza umana". E' pacifico che Apollo e Dafne non siano mai esistiti, e che il "delicato" tentativo di violenza non sia mai avvenuto, ma è pur sempre il parto (il mito, la statua e la sua analisi) di una cultura che, sebbene relegato nelle forme dell'arte, concepisce il lato estetico della sopraffazione. Non è questo in alcun modo un invito all'iconoclastia, né ci accingiamo ad apprezzare meno il lavoro del Bernini: chiediamo, però, se una cultura che concepisce l'idillio della violenza sia il mezzo da invocare per l'elevazione umana e per l'affermazione dell'equità sociale. Forse l'educazione a base greco-latina e giudaica è materia totalmente estranea alla questione del progresso morale: la sua maggiore o minore diffusione non influenza l'elevazione della giustizia e del progresso morale. Non nelle nostre scuole consumate da valori millenari ritroveremo quell'umanità di cui abbiamo bisogno, ma, piuttosto, rivolgendoci a quelle culture che winckelmanniamente reputiamo inferiori ma che hanno il pregio di non aver elevato ad idillio lo stupro.
fonte: Jake Morrissey, Geni rivali. Bernini, Borromini e la creazione di Roma barocca, Laterza, Roma-Bari 2007

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