martedì 6 novembre 2012

Sociologia d'antan


Sfogliare un datato manuale di sociologia può essere appagante: bastano cinquant’anni per vivere la gratificante esperienza del nano sulle spalle del gigante. E’ questa la sensazione che suscita la lettura dell’ormai vetusto Corso di sociologia del professor Corrado Gini (1957), una raccolta edita dalle defunte  Edizioni “Ricerche” di Roma di Appunti di sociologia generale ed Elementi di sociologia coloniale.  Il più incolto tra i lettori moderni, oltre a poter agilmente scalare le vette di questa sociologia di impostazione ottocentesca, non tarderà gustarsi i saggi scientifici dal tempo mutati in involontarie pagine di umorismo: persino la ragionevole opposizione all’allora ritorno di fiamma per il lamarckismo assume connotati di ingenua comicità

“Se un individuo dà ad un altro una bastonata, lo può rendere deforme senza con ciò modificare il suo patrimonio ereditario”

Ambiguo è il rapporto con il razzismo, considerato come elemento connotato nel carattere umano, che va riconosciuto essere tipico delle popolazioni “primitive”

“Ad ogni modo questa abitudine mentale, derivata da un principio egocentrico, ancora sussistente tra i primitivi, spiega il comportamento di questi nei confronti dei bianchi… Essi, considerano uomini solo se stessi, trattano gli altri come animali; ed il loro eventuale comportamento benevolo verso i bianchi, è analogo a quello che noi usiamo verso un cane, un gatto o un agnello, dettato da gentilezza d’animo o da interesse, non da umanità o da consapevolezza dell’esistenza di particolari legami di indole morale. Perciò molte volte i primitivi mutano repentemente atteggiamento a seconda del loro tornaconto, uccidendo quei bianchi che già si ritenevano entrati nelle loro buone grazie”;

tuttavia il Gini (o i suoi epigoni) riconosce che “l’esame storico ci mostra però che tendenze razziste si sono manifestate anche recentemente presso molte popolazioni civili”; e negli anni ’50 di memorie fresche in questo senso non mancavano.
Più gustosa è la parte di sociologia “coloniale”, che già nel nome ci prefigura piatti a base di aneddoti esotici osservati con gli occhi impreparati di una sociologia provinciale che non aveva ancora assimilato i pionieri degli anni ’20 e ’30 come Margaret Mead. Sembra di avere per le mani un vero e proprio bestiario medievale quando, in questa autodefinita “Sociologia di avanguardia” (con un effetto involontariamente ironico), l’occhio scorre lungo le pagine dedicate alla descrizione dei bambini allevati dagli animali:

“Questi bambini allevati dagli animali non parlano, ma hanno adottato le forme di espressione vocale dei genitori adottivi, quindi ululano quelli allevati dai lupi, grugniscono quelli allevati dai maiali, belano quelli allevati dalle capre e così via”.

Manifesto ironico e graffiante del moderno erudito  potrebbe assurgere, in un altro contesto, e se fosse stato vergato da una buona mano della nostra satira, piuttosto che da uno scienziato della società, la candida descrizione di un’“arte” assai speciale:

“Praticata assiduamente per decine, se non per centinaia, di migliaia di anni, l’arte del lanciare il sasso è divenuta innata nell’uomo. Anche le scimmie qualche volta lanciano il sassi, ma in modo goffo. Li lanciano, anche se in piano, così come dall’alto di una palma butterebbero sul passante una noce di cocco. Il monello, senza maestri, lancia invece il sasso con perfetta maestria, molleggiandosi sulle gambe, torcendo opportunamente il corpo che poi scatta come una molla, accrescendo l’efficienza dello scatto col braccio allungato orizzontalmente. Né è da dire che possa averlo imparato guardando i compagni. Che si fidasse di gettarsi in acqua o di inforcare la bicicletta senza fare esercizio, contando di cavarsela per aver guardato i compagni, andrebbe a fondo o batterebbe il naso per terra. Il lancio del sasso è invece istintivo… Il modo in cui lancia il sasso la scimmia, il modo con cui lo lancia l’uomo, rispondono al diverso ambiente in cui le loro specie si sono sviluppate: la scimmia sugli alberi, l’uomo all’aperto orizzonte della spiaggia, probabilmente sugli antichi estuari sassosi di corsi d’acqua disseccati”

Del resto “sugli antichi estuari sassosi di corsi d’acqua disseccati” non c’è mai nient’altro da fare.




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